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Un’estate difficile tra clima, prezzi all’origine e costi di produzione

Il valore riconosciuto al produttore diminuisce, i costi per produrre no e nemmeno i prezzi al consumo

È stata un’estate difficile per l’agricoltura, stretta tra incertezze geopolitiche e un andamento climatico sempre più impattante. Temperature estreme, caldo prolungato, siccità e stress idrico, grandinate, vento forte e fenomeni improvvisi e violenti, hanno avuto importanti conseguenze su coltivazioni, allevamenti e strutture.  Gli effetti di questa estate continueranno a incidere sul settore, e capiremo meglio quanto e come nei prossimi mesi.

Rese inferiori alle attese, calibri più piccoli, raccolte anticipate e scarsità di alcune produzioni orticole hanno complicato ulteriormente una situazione già segnata da anni di crisi. A livello nazionale il conto dei danni è stimato in circa 2 miliardi di euro.

Cia è impegnata su vari tavoli di confronto istituzionali a tutti i livelli. “Lo abbiamo già detto: non si può più intervenire solo sull’emergenza o limitarsi a misure regionali o nazionali – sottolinea il presidente di Cia Romagna Lorenzo Falcioni – Serve una strategia europea che metta al centro della prossima Pac l’adattamento climatico, con risorse più flessibili, strumenti di gestione del rischio più rapidi e più efficaci e investimenti strutturali in ricerca, varietà resilienti, irrigazione e gestione delle risorse idriche. È una necessità che riguarda tutta l’agricoltura, per questo serve un’azione incisiva a livello europeo”.

A pesare ancora di più sul settore il livello dei prezzi all’origine. Per molte produzioni ortofrutticole le quotazioni riconosciute ai produttori sono spesso tra 50 e 70 centesimi al chilo per la frutta. I listini della Camera di commercio della Romagna, già a luglio, indicavano 50-60 centesimi per alcune nettarine bianche e 60-70 centesimi per alcune pesche gialle. Senza dimenticare la questione del grano, con prezzi all’origine sotto i costi minimi di produzione (20 centesimi al chilo/20 euro al quintale).

La riduzione delle rese rende ancora più pesante il rapporto tra ricavi e costi. Prendiamo la situazione del 2025, per fare un esempio. Per le pesche comuni nell’area di Forlì e Ravenna, Ismea ha stimato nel 2025 un costo medio di 16.505 euro per ettaro, pari a circa 61 centesimi al chilo con una resa di 270 quintali. Con una resa di 200 quintali, a parità di spesa aziendale, il costo supera gli 80 centesimi al chilo. Se il prodotto viene pagato all’origine 50-70 centesimi, la forbice diventa difficilmente sostenibile.

Il problema riguarda anche l’esigenza di recuperare un equilibrio lungo la filiera, dove emergono come anelli deboli i produttori e i consumatori. Mentre il valore riconosciuto al produttore diminuisce, i costi per produrre restano elevati, e in alcuni casi aumentano come per il gasolio agricolo, i fertilizzanti e l’energia. Ma l’ordinario va portato avanti insieme agli investimenti necessari per rendere le aziende più resilienti, dagli impianti antigrandine ai sistemi irrigui efficienti, dagli invasi al rinnovo degli impianti, alle tecnologie per l’agricoltura di precisione.

“Quando la liquidità generata dalla vendita dei raccolti si riduce, la disponibilità di credito e, soprattutto, la possibilità di accedervi in modo semplice e a condizioni sostenibili, diventano determinanti – afferma Falcioni – Le misure messe in atto dagli enti camerali, dalla Regione, dalle Unioni di Comuni e dai Comuni per l’accesso al credito sono molto importanti e siamo consapevoli dello sforzo compiuto in un contesto di bilancio complesso per tutti.  Le misure dei soggetti che destinano risorse a sostegno del tessuto economico locale – specifica Falcioni – devono potersi inserire in una strategia più ampia, rafforzata da politiche e azioni europee”. 

Cia Romagna ricorda che in questi strumenti di accesso al credito l’impresa agricola non può essere valutata esclusivamente sulla base di parametri pensati per altri settori produttivi. “Quando si pensa a strumenti di valorizzazione, occorre considerare le peculiarità del settore agricolo e lo scenario che abbiamo davanti: produzioni esposte agli eventi climatici, redditi variabili, cicli produttivi legati alla stagionalità e investimenti che spesso producono risultati soltanto nel medio-lungo periodo – afferma Falcioni – Nei momenti in cui la liquidità, per motivazioni e congiunture varie, si comprime, l’accesso al credito è linfa per la continuità aziendale, per non rinunciare agli investimenti che servono oggi per costruire l’agricoltura di domani, e il futuro di tutti”.

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